Farabollini: «Nella regione il dissesto idrogeologico si attiva appena dopo poche gocce di pioggia»
Molte zone delle Marche sono state colpite da fenomeni alluvionali che hanno causato, oltre ad ingenti danni economici, anche la perdita di vite umane e questo non è più tollerabile. Il mondo geologico italiano attraverso il Consiglio Nazionale dei Geologi denuncia da anni il forte degrado idrogeologico del nostro territorio ma
gli appelli finiscono quasi sempre inascoltati. Basta andare indietro
nel tempo di pochissimi anni per verificare che il territorio
marchigiano ha dovuto subire più volte eventi disastrosi legati a
precipitazioni meteoriche “anomale”; tutto questo non può tuttavia dare
l’alibi ad una inesistente pianificazione e programmazione territoriale.
Stiamo pagando perché da allora non è stato fatto nulla di serio e
programmatico.
La storia parla chiaro. Ancona, 1972: due giorni
di pioggia e si stacca la grande frana di Ancona che risulterà uno degli
eventi più disastrosi della storia geologica d’Italia; Marche centrali,
1976; Tronto, 1992: 370mm in 24 ore che causarono il più imponente
evento alluvionale delle Marche; Potenza, Chienti, Ete morto e Tenna,
1998; Marche centro-meridionali, 1999, 2000 e 2001; Aspio, 2006: in
circa due ore caddero 80 millimetri di pioggia; Ete morto, 2009; Ete
vivo, 2011. Ieri, 11 novembre, la cosiddetta “estate di San Martino”
perché il clima si mostra generalmente più mite per pochi giorni, invece
è stata la giornata che ha fatto registrare un impazzimento del clima
che ha causato l’esondazione di diversi fiumi nel pesarese (fiumi
Candigliano, Burano, Foglia e Metauro), nel maceratese (fiumi Potenza ed
Ete morto) nell’ascolano (fiume Tronto). Il fiume Tronto è ancora
monitorato alfine di evitare quella che nel 1992 risultò la catastrofe
ancora nella memoria dei marchigiani con ingenti miliardi di danno alle
coltivazioni ed alle industrie. Chiuse le uscite a Porto d’Ascoli ed a
Pesaro.
Ed in tutto questo non si è mai evidenziato che a soffrire è stato il reticolo minore: quel reticolo minore che già nel 1998 è stato oggetto di uno studio che ha permesso di verificare le situazioni di sofferenza del reticolo stesso, legate alla carenza di interventi di manutenzione dei fossi minori e di sistemazione idraulica dei versanti; di pulitura degli alvei e di riprofilatura degli argini.
La domanda allora viene spontanea: perché non si parla più di prevenzione? La risposta è altrettanto spontanea: l’emergenza permette di gestire una gran mole di fondi che altrimenti non sarebbero disponibili, a scapito però anche di perdite di vite umane. Le conoscenze acquisite anche attraverso progetti di collaborazione con gli enti locali (Regione, Province e Comuni), evidenziano carenze nella gestione e nella manutenzione del territorio, delle aste fluviali e delle infrastrutture viarie che risentono per prime delle situazioni di abbandono dei versanti e delle opere di manutenzione degli stessi.

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