A Franceschini prima dell'intervista a Renzi aveva cenato con la mamma Gardenia al caplaz’s restaurant della festa gliela avevamo buttata lì come una trappola in forma di provocazione: ministro, allora moriremo tutti renziani? Pronta la risposta, molto limpida e gravida di memorie storiche centriste: «Ah, beh, sì. Una volta si diceva moriremo tutti democristiani… è vero». A una cert'ora, vista dal palco, la platea è diventata un piccolo stadio. Tremila persone, circa. Forte la presenza dei democratici di provata o tiepida fede, con ricordi che planavano fra lo stand gastronomico argentino e quello ferrarese dop e doc, memorie di Berlinguer, della Iotti e di un Bersani ormai al passato prossimo, piegate al confronto col trentottenne fiorentino. Notevole l'affluenza al Barco di imboscati della politica, imbucati e penetrati («non mi sento a casa mia, ma voglio sentire come parla»). È però stato Gabriele Da Prà, detto Gabri già metalmeccanico, il cuoco che aveva interrotto Renzi da sotto il palco, a confermarmi più tardi tra i fornelli la formula catulliana dell'Odi et Amo che diventa lessatura e spiedo per la base mobile del Pd. Eccolo qua il Da Prà. Sulla bandana ha scritto con il pennarello rosso Renzi for president. Ma appena finisce di abbracciare e baciare il sindaco di Firenze, si guarda intorno. Tra le coppie di pane ferrarese mette le mani sui fianchi. I suoi baffi diventano un punto interrogativo. Traduzione simultanea dal dialetto: «Renzi presidente. Che vada bene? Che sia giusto? È così giovane. Sbaglieremo? Ma la novità ci fa prendere voti. Da dove viene e dove ci porterà? C'è da vincere davvero. Proviamolo? Non proviamolo?». Alla fine il pensamento di Da Prà sta nella stessa sedia di plastica di Franceschini. Leggera, contemporanea, instabile. Di prima fila. Il ministro e il cuoco già metalmeccanico.
17/07/13
Le facce del Saldatore e del Ministro
A Franceschini prima dell'intervista a Renzi aveva cenato con la mamma Gardenia al caplaz’s restaurant della festa gliela avevamo buttata lì come una trappola in forma di provocazione: ministro, allora moriremo tutti renziani? Pronta la risposta, molto limpida e gravida di memorie storiche centriste: «Ah, beh, sì. Una volta si diceva moriremo tutti democristiani… è vero». A una cert'ora, vista dal palco, la platea è diventata un piccolo stadio. Tremila persone, circa. Forte la presenza dei democratici di provata o tiepida fede, con ricordi che planavano fra lo stand gastronomico argentino e quello ferrarese dop e doc, memorie di Berlinguer, della Iotti e di un Bersani ormai al passato prossimo, piegate al confronto col trentottenne fiorentino. Notevole l'affluenza al Barco di imboscati della politica, imbucati e penetrati («non mi sento a casa mia, ma voglio sentire come parla»). È però stato Gabriele Da Prà, detto Gabri già metalmeccanico, il cuoco che aveva interrotto Renzi da sotto il palco, a confermarmi più tardi tra i fornelli la formula catulliana dell'Odi et Amo che diventa lessatura e spiedo per la base mobile del Pd. Eccolo qua il Da Prà. Sulla bandana ha scritto con il pennarello rosso Renzi for president. Ma appena finisce di abbracciare e baciare il sindaco di Firenze, si guarda intorno. Tra le coppie di pane ferrarese mette le mani sui fianchi. I suoi baffi diventano un punto interrogativo. Traduzione simultanea dal dialetto: «Renzi presidente. Che vada bene? Che sia giusto? È così giovane. Sbaglieremo? Ma la novità ci fa prendere voti. Da dove viene e dove ci porterà? C'è da vincere davvero. Proviamolo? Non proviamolo?». Alla fine il pensamento di Da Prà sta nella stessa sedia di plastica di Franceschini. Leggera, contemporanea, instabile. Di prima fila. Il ministro e il cuoco già metalmeccanico.
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