Stanno per compiere un atto simbolico, di protesta, verso l’ordinanza emessa a Giugno con cui viene vietata la coltivazione di prodotti agroalimentari nei pressi di Cerano per possibile rischio di inquinamento. 400 ettari di terreno, adiacenti al nastro trasportatore e al carbonile, interdetti alle coltivazioni e decine di aziende agricole messe alle corde. Gli agricoltori vengono bloccati dalla Digos un attimo prima di arrivare a destinazione e tutto il carico d’uva viene sequestrato per permettere ai laboratori dell’Arpa di effettuare dei campionamenti. I risultati di quelle analisi (molto tardivi e più volte sollecitati) sono però deludenti: il referto dell’Arpa classifica quella patina nerastra che ricopriva l’uva semplicemente come “polvere nera non separabile”, senza nemmeno specificare se fosse polvere di carbone o no. Anzi, paradossalmente fa recapitare al contadino una fattura di 600 euro per le analisi svolte e un avviso di garanzia per violazione dell’ordinanza che vietava il prelievo del prodotto. Ma i contadini non mollano, le indagini proseguono e due anni dopo, nel 2009, partono i campionamenti e le analisi, sia dei periti di parte Enel, sia di quelli delle parti lese.
Contrada Lazzaro (Reggio Calabria) , 2009. I rifiuti provenienti dalla centrale Federico II, (ceneri tossiche e altri materiali pericolosi), vengono smaltiti illegalmente in Calabria. Tra il 2006 e il 2007 sono state circa 100mila le tonnellate di rifiuti tossici occultati in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico-ambientale a poca distanza dal mare e adiacente a terreni agricoli. Un profitto per Enel di oltre 6 milioni di euro l’anno, rispetto alla spesa stimata per lo smaltimento del materiale in discariche idonee. Disastro ambientale e associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti pericolosi sono stati i reati ambientali che hanno portato all’arresto di 10 persone, tra cui anche dipendenti e dirigenti dell’Enel.
Ma questa è un’altra storia. Un altro processo.
Torniamo a Brindisi. Il movimento No al Carbone presenta un esposto in Procura chiedendo di accertare le cause e le responsabilità per l’inquinamento dei terreni e due mesi dopo, il 22 febbraio 2010, l’Amministrazione comunale con delibera di giunta, rinuncia a qualsivoglia azione giudiziaria e pretesa risarcitoria nei confronti dell’Enel, nelle cause esistenti, solo a condizione che la società eroghi un contributo di circa un milione e 200mila euro per il completamento del parco Magrone ed effettui il risarcimento dei proprietari e residenti dell’area agricola adiacente l’asse attrezzata e la Centrale Federico II.
Brindisi, 2011. Viene depositata la perizia superpartes che finalmente fa luce sulla misteriosa “polvere nera non separabile”. Una perizia in cui si dice una volta per tutte che il carbonile di Cerano è sprovvisto di qualsiasi misura idonea ad evitare le dispersioni di polveri di carbone e che queste sono presenti sulle abitazioni e sulle colture confinanti. Si concludono le indagini del Pubblico Ministero e si fissa la prima udienza del processo Enel al 12 dicembre 2012.
Si dice che il lupo perde il pelo ma non il vizio, e infatti dopo le contrade calabresi è toccato alle campagne brindisine. Scoperto a ottobre un traffico illecito di trecentomila tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi provenienti da alcune aziende brindisine tra cui la centrale Federico II, interrati in discariche abusive nelle campagne brindisine. Il solito giro insomma, rifiuti tossici con documentazioni false, grossi guadagni per la mafia locale e risparmi immensi per le aziende.
Dicembre, 2012. Parte la prima udienza del processo Enel a carico di 13, tra dipendenti e manager, e due imprenditori che avevano in carico la movimentazione del carbone. L’accusa, secondo il decreto di citazione a giudizio, è quella di aver messo in atto un DISEGNO CRIMINOSO che ha portato alla dispersione di polveri di carbone oltre il recinto aziendale causando gravi danni ambientali. Dalle indagini emergerebbero, infatti, diversi punti di questo disegno criminoso che vedeva i dirigenti Enel ai massimi livelli, pienamente consapevoli del fatto di avere un nastro trasportatore non a tenuta stagna, un carbone di pessima qualità e un carbonile a celo scoperto, capace di contenere 750mila tonnellate di minerale, dove il fenomeno dello spolverio era incontrollabile.
Un processo che ha molte analogie con quello dell’Ilva di Taranto e dei parchi carbonili in principio sequestrati dal GIP Todisco, ma anche molte differenze: una su tutte, la decisione della procura di Brindisi di non sequestrare la fonte inquinante.
Tante le responsabilità: della magistratura, che non emettendo il sequestro del carbonile permette di fatto ,ancora oggi, il protrarsi del reato, i sindaci di Brindisi che in quanto garanti e responsabili della salute dei cittadini avrebbero potuto prendere decisioni invece di dimostrarsi indifferenti come tutto il testo delle istituzioni, ma anche dei mass media tradizionali, che dovrebbero fare informazione e denuncia e invece raccontano altro.
Tribunale di Brindisi, 12 dicembre. Tantissime le richieste di costituzione di parte civile (circa 50) nella prima udienza di quello che è certamente un processo a degli imputati, ma soprattutto è il processo ad uno spietato sistema produttivo incentrato solo sui grandi profitti provenienti dalla produzione di energia da carbone, a discapito del territorio e della salute dei suoi abitanti. Circa cento milioni di tonnellate di carbone bruciate da Enel in questi decenni, che hanno portato profitti lordi per Enel per circa 5 miliardi di euro pari a diecimila miliardi di vecchie lire, lasciando invece danni immensi al territorio, sul piano ambientale e sanitario come certificato dallo studio dell’Agenzia Europea sull’Ambiente.
Tra le associazioni e i movimenti a presentare richiesta di costituzione di parte civile c’è il Movimento No al carbone, Salute Pubblica, Medicina Democratica, Greenpeace, Il comitato regionale di Legambiente, il Wwf, Italia nostra e Federutenti. Ma anche alcuni comuni e la provincia di Brindisi. Tra i grandi assenti c’è lo Stato che è azionista di maggioranza Enel, ma ancora più pesante l’assenza della regione Puglia del presidente Niki Vendola, colui che in campagna elettorale dal palco di piazza Vittoria a Brindisi urlò queste parole: ”Il primo tempo lo giochiamo a Taranto con l’Ilva, ma signori dell’Enel: il secondo tempo lo giocheremo con voi a Brindisi”. Belle parole, solite belle parole da campagna elettorale. Niki Vendola a Brindisi non c’è più tornato.
Brindisi, 15 Luglio 2013. Lunedì alle 9.30 si tornerà in aula per la quinta udienza in cui probabilmente ci saranno le deposizioni degli uomini della Digos che hanno condotto le indagini. Speriamo dunque che si possa finalmente entrare nel vivo del dibattimento e speriamo soprattutto che non si arrivi alla formula indegna della prescrizione, come troppo spesso accade nei tribunali Italiani, riuscendo ad ottenere un po’ di verità e giustizia per un territorio che da decenni è vittima di un devastante sfregio ambientale e sanitario.
Gianni Delle Gemme
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